

I nostri consigli
Oscar Mondadori
Euro 12
Pagine 70
Ognuno di noi ha un libro che ama in modo particolare; accade a tutti, grandi lettori e lettori occasionali; si incontra un libro per caso, come fosse l’anima gemella, con l’unica differenza che la proverbiale “anima gemella” succede che la si perda per strada mentre il libro amato no, non è possibile, rimane, quello è il preferito è lui che citeremo sempre, la passione di una vita la cui folgorante scelta riesce ad attraversare le diverse età di una persona accompagnandola per tutta la vita con la fedeltà di un cane.
Per questa ragione, il “libro della settimana” la cui lettura propongo, non è una novità, no, è un libro scritto nel 1954 da uno scrittore che viveva perennemente spostato nel futuro, per idee, intelligenza, lucidità e pratiche “misteriose” che all’epoca erano per pochi iniziati. Un libro “cult” sin dalla sua apparizione nelle librerie e che ha ispirato una delle band più famose di sempre, perché i “Doors” di Jim Morrison presero da “The doors of Perception” il nome che li fece ascendere al pantheon della musica rock. Qui volevo portarvi: Le Porte della Percezione, in realtà, non è un romanzo, non è un saggio, forse un manuale dell’anima, un mezzo per intrufolarsi in un mondo parallelo per conoscere il quale è necessario far leva su qualcosa. E questo qualcosa, incredibilmente – sapendo che l’autore era scrittore inglese stimato, accademico, amato e rispettato, ed elegantissimo – questo qualcosa, Aldous Huxley, lo ha trovato nelle droghe psichedeliche le quali, gestite scientificamente, ebbero per lui la funzione di bussola di un mondo a parte, o forse mondi, che la mente acuta di Huxley esplorava con dolorosa intelligenza e con l’aiuto di qualcuno che restava sulla soglia.
“Ti vuoi far capire, Marco!”. Lo immagino, qualcuno di voi leggendo si sta spazientendo perché non è che sia chiaro, sin qui, dove vuole arrivare la mia recensione: c’è un libro, un titolo “cult”, uno scrittore illuminato, droghe psichedeliche, bene, e allora di cosa parlano queste pagine? E – confesso- è difficile spiegare tutto quello che c’è dentro “Le Porte della Percezione”, però posso provare a descrivere la dinamica: come molte persone acute e osservatrici, Huxley era attratto dalla psiche ma non le dava molta confidenza. Il muro intellettuale, formatosi col ghiaccio del sapere, proteggeva la sua mente, lo preservava dall’uscirne con facilità come ad altri accade per usarla come un luna park - e non solo come produzione di concetti seri ed inappellabili; per questo, forse, decide di fare un’esperienza controllata con la mescalina, il principio attivo di una pianta messicana, un cactus chiamato peyolt. Prima di imbarcarsi per la sua avventura Huxley appurò che la mescalina aveva forti somiglianze, nella composizione chimica, con l’adrenalina, cioè qualcosa che il nostro fisico produce senza bisogno di agenti esterni.
“Avvenne che, in un luminoso mattino di maggio, ingoiai quattro decimi di un grammo di mescalina sciolta in mezzo bicchiere d’acqua e sedetti ad attendere le conseguenze”.
Il libro, da questo punto in poi, ci trascina in un vortice che era sicuramente lo stesso vortice che immobilizzava Huxley in quei momenti ed è difficile persino per il lettore tirarsene fuori a partire da questa frase, perché queste sono le ultime parole scritte dall’Huxley scrittore lucido. Da qui in poi è la sua mente parallela a scrivere, anzi a produrre concetti, perché – sapendo benissimo che non sarebbe stato in grado di scrivere sotto l’influenza della droga – trascinò in quest’esperienza un ricercatore che avrebbe appuntato ogni suo pensiero e frase, ogni suo tentennamento. Ogni sua visione.
“Presi la pillola alle undici. Un’ora e mezza dopo ero seduto nel mio studio, guardando fisso un piccolo vaso di cristallo (…) non guardavo adesso una inconsueta disposizione di fiori. Vedevo ciò che Adamo aveva visto la mattina della sua creazione: il miracolo dell’esistenza nuda”.
Dunque Huxley, con l’ausilio della mescalina, era riuscito ad isolarsi sino a pensarsi solo sulla terra, come fu per Adamo in attesa di Eva. La sua testa non era più databile; pur mantenendo lucidità i suoi pensieri si erano spogliati della cultura, delle sovrastrutture, e la mescalina lo portava per mano in luoghi mentali più o meno fantascientifici. A un certo punto prova una forte indifferenza per lo spazio, che invece è la dimensione di chi è sempre presente a sé stesso e, sotto la potente esperienza dell’allucinogeno, arriva a disinteressarsi completamente del tempo.
“Sembra che ve ne sia in gran quantità” fu quanto risposi all’investigatore che mi chiese cosa provassi circa il tempo.
(Strano che il Ricercatore, in questo passaggio del libro, diviene Investigatore ; questo indizio vi farà riflettere durante la lettura).
Comunque, per tornare all’inizio, è proprio questo il passaggio che mi ha fatto perdutamente innamorare del libro molto tempo fa e da allora mi chiedo se, tutta questa gran quantità di tempo a disposizione, che Huxley percepiva come unità di misura non di questo mondo, sia da noi usata nella maniera più appropriata.
Ci sarebbe molto altro da scrivere, da commentare, da esaltare, ma lascio spazio ai prossimi estasiati lettori di queste pagine distopiche e realissime allo stesso tempo.
di Marco Mottolese
© myMilano - Riproduzione riservata
Aggiornato il: 10/05/2022 14:03:02